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martedì 30 aprile 2013

I tesori nascosti in Italia fatti di foglie e di petali

In Italia quando parliamo di natura vengono in mente soprattutto gli animali, poche persone hanno la passione per la botanica oppure non ci pensano; nel nostro paese abbiamo dei tesori floristici veramente eccezionali, ma andiamo ad elencarne qualcuno.
Sulle rupi dell'Oasi WWF delle Gole del Sagittario in Abruzzo è presente una composita unica al mondo: il Fiordaliso del Sagittario (Centaurea scannensis), un endemismo color magenta su foglie grigio cenere, considerato molto raro; rimanendo in Abruzzo nell'Oasi WWF di Serranella troviamo la Tifa di Laxmann (Typha laxmanii), presente nei canneti.
Passiamo in Sicilia, terra di agrumi, di sole e di mare: all'interno dell'Oasi WWF di Torre di Salsa possiamo imbatterci nel Malvone di Agrigento (Lavatera agrigentina), un endemismo della Sicilia centro meridionale che presenta fiori color burro e che fiorisce in aprile insieme a molte orchidee; spostandoci verso Trapani nell'Oasi WWF delle Saline di Trapani e Paceco e in particolare sulle spiagge dell'Oasi spiccano i capolini gialli del Fiorrancio di mare (Calendula maritima) considerato vulnerabile nel Libro Rosso del WWF.
Un ambiente suggestivo è quello delle dune, un habitat ormai raro e messo in pericolo dai tanti centri di balneazione, dal turismo marittimo e dalle troppo attività abusive sui litorali. A Tirrenia, sulla costa Versiliana, c'è un'Oasi WWF  detta delle Dune di Tirrenia che presenta una rara liana mediterranea con fiori violetti poco vistosi, si tratta della Periploca graeca che preferisce aree umide e boscose prossime al mare.
Al nord, in Trentino, troviamo un'Oasi WWF particolare quella della Valsugana vicino a Levico Terme: qui lo scopo principale è la conservazione del Salice odoroso (Salix pentandra). Altre piante molto interessanti sono quelle legate ad ambienti palustri come la Castagna d'acqua (Trapa natans) e la pianta carnivora Utricularia (Utricularia australis), entrambe presenti nell'Oasi WWF del Lago di Chiusi e in pericolo di estinzione.
Centaurea scannensis; foto di http://www.actaplantarum.org


mercoledì 24 aprile 2013

Il pericoli che corrono i cetacei nel Mar Mediterraneo.

Venerdì 12 aprile a Villa Celestina c'è stata un'importante conferenza (dal ciclo 'Conferenze dal Mare' organizzato dal Museo di Scienze Naturali di Rosignano Solvay) sui problemi che riscontrano i cetacei in Mediterraneo.
La conferenza è stata tenuta da una docente tossicologa dell'Università di Siena, la Dottoressa Letizia Marsili; in base ai dati raccolti è stata fatta una comparazione sullo stato di salute fra la popolazione di cetacei del Mediterraneo e quella del Mar di Cortez in Messico.
Prima di parlare dei risultati è bene fare un'importante premessa: i cetacei sono al vertice della catena alimentare di tutti gli ecosistemi marini, pertanto vengono a contatto con la maggior parte delle sostanze dannose e non che circolano in mare. Non è finita qui, a differenza di altri predatori marini i cetacei immagazzinano tutte le sostanze nel grasso sottocutaneo che sviluppano per proteggersi dal freddo, per questo motivo il loro 'gradiente' di assorbimento è elevato.
Le campionature fatte sono state fatte in modo non dannoso per gli animali, tramite un bastone con un piccolo ago si preleva un piccolo campione di derma dall'animale mentre è nel suo ambiente naturale, senza provocare dolore (la sensazione per il cetaceo è come una puntura per le analisi del sangue per noi). Il campione è stato poi analizzato in laboratorio e si è notato che nel sistema adiposo c'erano dei residui di sostanze fortemente inquinanti come il DDT e il PCB; il danno che questi inquinanti fanno ai cetacei è ingente, abbassando le difese immunitarie degli individui permettono ai virus di compiere la loro 'missione' uccidendo l'animale: queste sono le principali cause di spiaggiamenti degli ultimi periodi nel Mar Tirreno.
Nelle cellule dei cetacei c'è un enzima immuno-soppressore che tiene alte le difese immunitarie; nei campioni presi nel Mar di Cortez il valore di concentrazione dell'enzima è molto più elevato dei campioni prelevati in Mediterraneo, dato che certifica una minor esposizione a sostanze inquinanti dei cetacei messicani, che, pertanto, sono in buono stato di salute.
Tutti questi studi mettono in evidenza il grado di inquinamento del Mar Mediterraneo, anche a causa di sostanze che erano considerate fuori uso; il Mare Nostrum a differenza degli Oceani è un mare chiuso, dove le uniche vie di ricambio d'acqua sono lo stretto di Gibilterra e il canale di Suez: il ciclo completo di ricambio d'acqua del Mediterraneo è di circa un secolo e le sostanze che circolano in acqua ci mettono tantissimo tempo ad essere evacuate.
Come se non bastasse ci sono altri pericoli per i cetacei e gli animali marini: ogni anno vengono gettate in mare tonnellate di rifiuti dalle barche, dagli scarichi e dai bagnanti; per lo più questi rifiuti sono plastica, materiale che ha una duplice funzione dannosa: porta a spasso, grazie alle correnti marine, tutte le sostanze inquinanti che incontra che trovano nella plastica un importante mezzo di trasporto, in più molti animali scambiano la plastica per cibo, come le tartarughe marine che scambiano i sacchetti di plastica per meduse (le loro prede preferite) morendo soffocate. Il problema della plastica è molto grande, addirittura negli Oceani sono presenti 'isole di plastica' grandi quanto l'intera Italia, non poco!
Altri problemi che gli animali marini possono riscontrare sono le reti da pesca non a norma e quindi illegali che fungono da prigione mortale; in Giappone (per fortuna non è il caso dell'Italia) ci sono le cosiddette mattanze dei delfini, in particolare globicefali che vengono uccisi con le accette e a bastonate, provocando grida strazianti degli animali, per scopi alimentari: oltre 2000 individui vengono sterminati in questo modo barbaro per preparare sushi e sashimi; in altre regioni asiatiche chi compie la maggior età deve uccidere un cetaceo per provare la sua virilità; nell'estremo nord del nostro emisfero i balenieri uccidono con arpioni (metodo illegale) circa 1400 balene all'anno (tutte specie protette e in pericolo di estinzione), anche in questo caso per scopi alimentari.
Da questi discorsi si capisce che i problemi per questi grandi rappresentanti del mare sono moltissimi e sono importanti gli studi che vengono fatti (sempre in modo non impattante e all'interno dell'habitat naturale) per monitorare lo stato di salute delle popolazioni e per progettare nuovi metodi di conservazione.
Foto di http://marinebio.org; Balenottera azzurra

martedì 23 aprile 2013

Cetacei del Mediterraneo


I cetacei viventi si dividono in due categorie, Misticeti e Odontoceti: i primi sono tutti quei cetacei di grandi dimensioni che come dentatura hanno i fanoni, ovvero delle 'setole' cornee che servono per filtrare le sostanze nutritive all'interno della bocca, in quanto cibandosi di plancton e piccoli crostacei come il krill hanno bisogno di un apparato che consenta di separare l'acqua dal cibo; gli odontoceti, invece, sono cetacei, lo dice il nome, che hanno i denti; questi animali sono comunemente i delfini, le orche e il capodoglio: dal momento che sono 'top predator' hanno un apparato dentario per cacciare, uccidere e dilaniare le prede, in genere i denti non cadono mai e restano per tutta la vita (a differenza di altri animali marini non hanno ricambi).
In Mediterraneo il più grande rappresentante è la Balenottera comune (Balaenoptera physalus), il secondo animale più grande della Terra secondo solo alla Balenottera azzurra (Balaenoptera musculus), non presente in Mediterraneo ma che è considerato l'animale più grande mai esistito sulla Terra, più grande persino dei dinosauri. Tornando alla Balenottera comune, è l'unico misticete del Mare Nostrum e può raggiungere i 26 m di lunghezza pesando dalle 30 alle 80 tonnellate; la si riconosce da lontano perché rispetto ad altri cetacei del Mediterraneo non tira mai fuori la coda dall'acqua e il suo soffio è a cono rovesciato alto 5-6 m, visibile a diversi km di distanza. Ultimamente sulle pagine dei giornali locali: questa, infatti, è la specie dell'individuo trovato spiaggiato qualche settimana fa a Rosignano Solvay.
Balenottera comune; foto di http://icestories.exploratorium.edu
Il secondo cetaceo (e animale) più grande del Mediterraneo è il Capodoglio (Physeter macrocephalus), l'odontocete più grande della Terra: può raggiungere i 18 m di lunghezza. Prende il nome da una grossa protuberanza sulla testa al cui interno si trova un organo particolare, lo spermacete, che produce un liquido la cui funzione ancora non è del tutto chiara, anche se delle ipotesi suggeriscono l'importanza del liquido durante le immersioni in profondità per far fronte alla grande pressione dell'acqua; gli inglesi chiamano erroneamente il Capodoglio Sperm whale, in quanto il liquido essendo bianco fu scambiato per sperma al momento della scoperta della specie. Purtroppo questo liquido è stata la causa per molti anni del pericolo di estinzione per questo animale: l'industria dei profumi lo considerava un ingrediente importante, ma per fortuna oggi la popolazione di Capodoglio nel mondo è in ripresa tant'è che nelle liste rosse della IUCN è passato da endangered a vulnerable. Questo odontocete ha i denti solamente sulla mandibola, mentre sulla mascella presenta dei fori dentro i quali si adagiano i denti quando la bocca è chiusa; è un fenomenale predatore che si ciba prevalentemente di calamari che cattura immergendosi a grandissime profondità (fino a 3km), rimanendo sotto per molto tempo (30-45 minuti).
A differenza della Balenottera comune questo cetaceo solleva la coda fuori dall'acqua e lo sfiato è arcuato, prendendo la direzione opposta alla rotta dell'animale.
Capodoglio; foto di http://img00.elicriso.it
Lo Zifio (Ziphius cavirostris), invece, è una specie alquanto bizzarra; molto raro, raggiunge i 6-7 m di lunghezza e le 2-3 tonnellate di peso e appartiene alla famiglia degli zifidi, cioè né una balena né un delfino, ma una categoria di cetacei a parte pur appartenendo al sottordine degli odontoceti.
Il rostro è molto piccolo e anche la pinna dorsale è poco sviluppata, è quasi del tutto privo di denti eccetto che nel maschio ci sono due denti che sporgono dalla mandibola, un pò come un vampiro. Il dimorfismo sessuale è molto marcato in questa specie, la femmina è molto più piccola del maschio; la colorazione va dal melone sulla testa bianco crema al resto del corpo che è grigio scuro. 
Non si conosce molto sulla biologia di questi animali, l'unica cosa che si può dire è che sono dei grandi migratori.
Zifio; foto di http://www.sailingissues.com
Un altro cetaceo molto strano è il Grampo (Grampus griseus), un odontocete privo di rostro di cui si conosce pochissimo. Arriva intorno al 4 m di lunghezza e può pesare sui 600-700 kg, la pinna dorsale è ben sviluppata anche se nelle femmine è molto più piccola (anche qui spiccato dimorfismo sessuale), la colorazione alla nascita è completamente grigio pulito, ma con il passare del tempo gli individui si ricoprono di graffi fino a che in vecchiaia sono completamente bianchi: non si conosce ancora la causa di questi graffi, se siano scontri tra maschi oppure graffi che si procura per una qualche ragione, fatto sta che non si conosce molto su questa specie.
Grampo; foto di http://www.delfinimetropolitani.it
Un cetaceo più comune in Mediterraneo è senz'altro il Globicefalo (Globicephala melas), un odontocete di circa 4-5 m di lunghezza e di 2,5 tonnellate di peso; si chiama così a causa della testa enorme, sulla quale presenta un grosso pallone che probabilmente gli serve per andare in profondità, infatti può raggiungere anche i 600 m in immersione, alla ricerca di prede. Il colore è marrone scuro e in proporzione al corpo ha un enorme pinna dorsale (anche qui le femmine hanno la pinna molto più piccola) a forma di falce. Non è raro vederli fermi immobili a gruppi (spesso moltissimi individui) che galleggiano, questo comportamento è ancora sconosciuto: si riposano o si fingono morti?
Globicefalo; foto di http://www.amicidellavela.it
Venendo ai delfini, quello più conosciuto dalle persone è il Tursiope (Tursiops truncatus), il classico delfino grigio che troviamo nel delfinari o nei parchi acquatici ad intrattenerci con le sue acrobazie; questo aspetto però non deve farci piacere, infatti viene catturato e sottratto al suo habitat naturale per fare cose contro natura: è la specie preferita dai parchi acquatici perché è molto socievole e ha un'incredibile muscolatura su tutto il corpo che gli consente di fare le acrobazie che spesso vediamo.
Viene spesso a contatto con l'uomo perché è una specie costiera, pertanto gli incontri con il Tursiope non sono rari; il maschio è poco più grande della femmina, in genere sono lunghi 3 m e pesano 300 kg, hanno una silhouette molto slanciata e possono raggiungere velocità incredibili (fino a 40-50 km/h).
Tursiope, foto di http://www.biolib.cz
Le altre due specie di delfino che si trovano in Mediterraneo sono la Stenella striata (Stenella coeruleoalba) e il Delfino comune (Delphinus delphis); entrambe queste specie sono pelagiche (vivono in mare aperto) e raggiungono i 2,5 m di lunghezza e i 150 kg di peso. 
La Stenella è molto slanciata, con un rostro affusolato e di colore scuro sul dorso e chiaro sui fianchi; sono animali molto giocherelloni e non è raro osservarli mentre 'cavalcano l'onda di prua' delle navi. Sono grandi migratori e percorrono distanze lunghissime in mare, spostandosi dai luoghi di svernamento ai luoghi di riproduzione. Negli ultimi tempi sono state trovate molte Stenelle spiaggiate sulle coste della Toscana.
Il Delfino comune, nonostante il nome, è il cetaceo più raro del Mediterraneo, tant'è che in alcune zone è già estinto, probabilmente in antichità era molto diffuso: infatti è il cetaceo più rappresentato nei dipinti greci ed egiziani; a differenza della Stenella, questo delfino presenta una clessidra grigio chiara sui fianchi, mentre è grigio scuro sul dorso, anch'esso è molto agile in acqua e raggiunge velocità molto elevate. 
Stenella striata; foto di http://www.lareinadeloceano.altervista.org
Delfino comune; foto di http://farm4.static.flickr.com

















venerdì 19 aprile 2013

Anche la natura ha un Principe azzurro

Il Principe belga Emmanuel de Merode nel 2007 è diventato Direttore del Parco Nazionale del Virunga, lasciando definitivamente le sue ricchezze reali in Belgio per dedicarsi esclusivamente alla natura di questi luoghi. Secondo Emmanuel, intervistato dalla rivista del WWF Panda "il Parco del Virunga è uno sguardo diretto nel cuore del pianeta", infatti in questi luoghi vivono gli ultimi rarissimi Gorilla di montagna, rimasti pochissimi ormai e in grave pericolo di estinzione; oltre ai gorilla vivono anche Scimpanzé, Ippopotami, Okapi, e migliaia di altre specie, facendolo il parco più ricco di biodiversità di tutto il continente africano.
Spegnendo le luci su queste meraviglie ecco che lo sguardo va diretto dentro ad un abisso: stupri e saccheggi, bambini soldato e profughi affamati, violenza e guerra, distruzione dell'ambiente a causa dell'estrazione del petrolio, bracconieri e commercio illegale di animali o parti di essi.
"Gestire un parco come quello del Virunga, è molto più che censire i gorilla e tenere i bracconieri fuori dai confini. Sei responsabile in quel territorio non solo di un patrimonio di natura, ma sei prima ancora responsabile delle 600 persone che ci lavorano e delle comunità che ci vivono. La loro vita proprio come quella dei gorilla, ti viene affidata in tutto e per tutto", questo è quello che racconta il Principe Emmanuel che è impegnato in moltissime battaglie oltre a quelle prettamente naturalistiche e conservazionistiche, come "curare chi è ammalato e sfamare chi è affamato. Devi costruire scuole e pronto soccorsi. Devi accudire per sempre i parenti di chi per quel parco ha dato la vita".
Diciamo quindi che il Parco Nazionale del Virunga ha trovato il suo Principe azzurro e che l'esempio di una delle persone più ricche d'Europa deve essere presodai governi, dalle multinazionali e dai ricconi che non fanno altro che speculare su questi luoghi.
foto di http://4.bp.blogspot.com

giovedì 18 aprile 2013

Biodiversità artica

Nella regione artica non ci sono solo orsi polari e trichechi, ma una biodiversità fuori dal comune.
Facendo un viaggio nelle regioni più settentrionali del nostro emisfero possiamo trovare specie di flora e fauna di assoluto interesse naturalistico e conservazionistico; partendo dalle coste della Groenlandia, è impensabile che in un ambiente così freddo si trovino delle fioriture bellissime di  Epilobio nano e di Campanula uniflora, mentre per quanto riguarda l'avifauna sono molto affascinanti le popolazioni di Zigolo delle nevi, Zigolo di Lapponia e il raro Organetto di Groenlandia. Spostandoci in Kamciatka, a sud dello stretto di Bering, possiamo trovare un tappeto lussureggiante di moltissime specie di licheni, la Betulla nana, l'Uva ursina e il Rovo, ovvero tutte piante che fanno parte della dieta di un importantissimo animale come l'Orso bruno, un bestione che arriva fino a 600 kg di peso e che non si ciba solo di carne. Altre piante che costituiscono delle risorse alimentari importanti di questo grande plantigrade sono il Mirtillo nero, il Mirtillo rosso, il Corniolo nano e la Lonicera kamciacticka.
Passando alla Terra di Labrador in Canada è possibile incontrare dei rapaci notturni come la Civetta delle nevi (presente in tutta la parte settentrionale dell'emisfero boreale) oppure dei passeriformi come la Zenoctrichia leucophrys e il Fanello nordico.
Un luogo veramente suggestivo sono, invece, le isole Svalbard che si trovano a pochi km dal Polo Nord ma è reso vivibile, in senso di temperatura, dal "baffo" più settentrionale della corrente del Golfo; qui è possibile trovare oltre a orsi polari e trichechi, specie floristiche che si incontrano anche sulle nostre Alpi: la Silene wahlbergella o la Silene acualis.
Da quello che si può notare, la parte settentrionale dell'emisfero boreale non è solo freddo e rigidità, ma anche tanta vita da scoprire e tanti fenomeni incredibili come l'aurora boreale che, a detta di tutti coloro che l'hanno vista, è uno degli spettacoli più belli al mondo.
Zigolo delle nevi; foto di http://img.fotocommunity.com


lunedì 15 aprile 2013

La decadenza del Re Ghiaccio

Se parliamo di artico e di ghiacci chiudendo gli occhi ci viene in mente un animale in particolare. l'Orso polare (Ursus maritimus). Questo plantigrade è il carnivoro terrestre più grande della Terra e il top predator del più grande territorio ancora selvaggio del nostro pianeta, allo stesso tempo però è l'ecosistema più complesso e cruciale per la nostra esistenza sulla Terra.
L'Artico è l'area geografica terrestre che risente di più dei cambiamenti climatici: l'epicentro dell'aumento delle temperature è proprio in questo luogo, le conseguenze sono già ben visibili e l'Orso polare è la vittima designata.
Gli orsi dipendono in modo indissolubile dai ghiacci artici, da questi dipende l'alimentazione (un orso polare adulto ha bisogno di circa 2 kg di grasso di foca al giorno), la riproduzione e la vita dei cuccioli.
Durante l'estate gli orsi devono approfittare per accumulare grasso per l'inverno e più la banchisa si restringe più sono costretti a straordinari, come nuotare per centinaia di km alla ricerca di altri ghiacci dove cacciare; molto spesso si tratta di madri con i cuccioli che rischiano di morire per la fatica e per la difficoltà; senza contare il fatto che il restringimento dei ghiacci costringe gli orsi verso territori antropizzati, favorendo così il contatto fra l'uomo e questo grande carnivoro: il rischio di abbattimento a fucilate per paura, difesa e ignoranza è alto.
Rispetto al 1979 i ghiacciai artici si sono ridotti del 40% e proprio nell'ultimo decennio la banchisa raggiunge i minimi storici con una perdita di 1,35 milioni di km quadrati. Il riscaldamento globale sta letteralmente fondendo l'habitat dell'Orso polare e come se non bastasse le fusione dei ghiacci offre all'industria petrolifera nuove e ghiotte opportunità di scavo in luoghi prima inaccessibili che non esitano a sfruttare.
La speranza è che le associazioni ambientaliste convincano i governi a fare qualcosa il prima possibile e che il buonsenso dei grandi imprenditori petroliferi abbia la meglio sulla speculazione.
Foto di http://www.improntaunika.it

giovedì 11 aprile 2013

Parco Nazionale dell'Arcipelago di La Maddalena: specie rare ed endemismi

L'Arcipelago di La Maddalena è considerato un Sic (Sito di importanza comunitaria) secondo la Direttiva Habitat 92/43 CE in quanto è caratterizzato dalla presenza di oltre 700 specie vegetali (circa 1/3 della flora sarda), oltre 50 endemismi (1/4 di quella complessiva della Sardegna), numerose altre specie rare di interesse botanico e moltissimi habitat di interesse comunitario.
L'Arcipelago in sé è un'area particolare: fortemente condizionata dal vento, dall'insolazione, dall'aridità e dalla povertà dei suoli; proprio per questo possiamo trovare un tipo di flora molto specializzato, pertanto è forte la componente endemica e rara. Spesso troviamo anche associazioni vegetali più comuni ma ben rappresentate e in condizioni di massima evoluzione, come nel caso delle formazioni ad Artemisia densiflora a Razzoli o nel caso di Juniperus phoenicea nelle isole di Spargi, Caprera, Budelli, Santa Maria e La Maddalena: le condizioni di estensione e di evoluzione di queste specie non si trovano in nessun altra area del Mediterraneo.
Importante è anche il contingente endemico: Silene velutina, Colchicum corsicum, Helycodiceros muscivorus, Cynomorium coccineum, Armenia pungens (queste ultime due di interesse prioritario) e alcune specie endemiche del genere Limonium.
Cynomorium coccineum; foto di http://upload.wikimedia.org